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Lazio, Delio Rossi: "Il tuffo al Fontanone? Una promessa a Suor Paola"

di Christian Gugliotta

"Sono 20 anni che non vengo qui", ricorda Delio Rossi. Era il 10 dicembre 2006 quando, dopo un derby vinto, l'allora allenatore della Lazio si tuffò nella Fontana dell’Acqua Paola, ll leggendario "Fontanone" del Gianicolo. Una promessa fatta a un'istituzione del tifo laziale come suor Paola, ricorda il tecnico, che ai taccuini de La Gazzetta dello Sport ha raccontato:

"Ogni giovedì sera andavamo tutti a cena da Suor Paola. Fu lì che mi disse del suo voto: 'Se domenica vincete il derby mi tuffo in una fontana'. Le ho risposto che se lo avesse fatto lei, lo avrei fatto anche io. Quel derby lo vincemmo 3-0, era il dicembre del 2006. Dopo la partita tornai in hotel con Maurizio Manzini, il team manager, al quale arrivò una telefonata proprio di Suor Paola. Si chiedeva dove fossi e gli disse che lei mi aspettava al Fontanone del Gianicolo. 'Una promessa fatta a un’ecclesiastica è una promessa fatta a Dio' – ci disse. Allora io presi il costume che avevo con me e andai in città per fare il mio tuffo".

Suor Paola, però, non era presente: "No! Non c’era Suor Paola! Lei questi scherzi li faceva… però io mi sono tuffato lo stesso. Era una promessa privata, ma a quanto pare fu lei a dire a tutti i giornalisti che avevamo fatto questo patto: già dopo il derby in sala stampa non mi chiesero altro…".

Parlando della sua esperienza alla Lazio, Rossi ha ricordato la partita più iconica: "Il derby vinto 3-2 nel 2008. Eravamo sotto 1-0, e vincemmo 3-2 noi allo scadere con un gol di Behrami. A differenza di adesso eravamo sempre molto sfavoriti, perché giocavamo quasi per salvarci, la Roma giocava sempre per vincere lo Scudetto e quindi c’era una disparità di forze. Quella volta invece loro non arrivavano neanche a metà campo. Forse non è stato il derby giocato meglio, ma sicuramente quello che io ho vissuto con più emozioni. E credo che anche per un tifoso sia il massimo partire da sfavorito, andare in svantaggio e poi ribaltare la partita così".

L'ex allenatore ha poi scelto un aneddoto degli anni passati in biancoceleste: "Ricordo con piacere un episodio con Paolo Di Canio. Lui era sempre il primo quando facevamo gli esercizi in allenamento. Un giorno facemmo un esercizio con dei paletti, un circuito. Paolo si avvicina e mi dice: 'Mister, io questo esercizio non lo faccio'. Ho risposto: 'Ma che sei matto? Dietro c’è tutta la fila, perché non vuoi farlo?'. Mi ha risposto così: 'Se lei non cambia i colori degli ostacoli, io non lo faccio'. Avevo messo, involontariamente, i coni gialli e rossi in sequenza e per questo non voleva cominciare. Vuol dire essere laziali fino al midollo".

Sull'esperienza a cui è rimasto più affezionato, infine, non si è sbilanciato: "Sono affezionato a tutte le squadre che ho allenato. Non ho mai vissuto nessuna esperienza come una tappa intermedia, ho sempre dato cuore e anima. Mi sono sempre legato molto ai tifosi, anche se non sono uno che va a festeggiare sotto la curva. Credo che questo mi sia sempre stato riconosciuto, infatti tuttora in molte città in cui ho allenato mi riconoscono e si fermano a parlarmi per ricordare insieme qualche partita in particolare. Alla Lazio, ad esempio, ho trovato sempre grande fedeltà, anche se ho vinto meno di altri. Il tifoso laziale è così: non è eclatante, però è fedele".


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