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Lazio - Como, il problema ora è più grande del risultato

di Mauro Rossi
Fonte: Alessandro Zappulla - Lalaziosiamonoi.it

La Lazio ha fatto compassione.
Compassione vera, non rabbia. Quella che ti prende quando vedi qualcuno rincorrere qualcosa che non può più raggiungere.
Correre dietro al pallone senza prospettiva. Senza idee. Senza futuro.
Un inseguimento sterile, quasi tenero, nel confronto impari tra chi guarda avanti e chi resta ingabbiato nel presente.
È stato il confronto plastico tra due mondi.
Como contro Lazio. O meglio: Lazio contro Como.


Da una parte il capitalismo moderno, l’intraprendenza liberale, la fame di espansione.
Dall’altra l’autarchia, la gestione monarchica, la conservazione elevata a sistema.
Il Como nasce dal fascino di quel ramo del lago, ma non si ferma al romanticismo. Lo usa come trampolino. Investimenti veri. Un progetto stadio che non resta sulla carta. Star internazionali che portano visibilità, marketing, fatturato. Un allenatore giovane che è anche manager, messo nelle condizioni di scegliere, costruire, incidere. Un club che decide di sfidare il mondo, non di difendersi da esso.
La Lazio è l’esatto opposto.


Un club che non investe capitali propri. Autosostentamento come dogma. Compravendita come unica benzina. Fatturato basso, marketing povero, merchandising marginale, sponsor ridotti al minimo sindacale.
In campo un allenatore bravo, preparato, ma incastrato. Poco duttile non per limiti tecnici, ma per contesto. Una rosa senza vere eccellenze, monocorde nelle caratteristiche, composta da giovani acerbi e veterani a scadenza.
Giovani contro vecchi.
Progetti contro gestione.
Visione contro sopravvivenza.
Da una parte una dirigenza che affida al tecnico le chiavi del mercato.
Dall’altra una società che considera il tecnico un dipendente.
E non è un’interpretazione. È una frase.


«Sarri fa l’allenatore, è un dipendente. Qui comando io».
Parole che pesano. E che spiegano tutto.
Sarri lo ha capito. Si è tirato indietro. Ha smesso di indicare la rotta, perché la rotta non gli appartiene più.
Il problema, oggi, non è solo il Como.
Il problema è che la Lazio non regge più il confronto neanche con i club di confine: Bologna, Roma, Atalanta. Tutti superiori per fatturato, investimenti, struttura, organizzazione.
Il distacco è diventato dimensionale.
Non episodico. Non casuale.
La Lazio è un club in declino.
Infilato in un vicolo buio che rischia presto di diventare cieco.
Il modello delle plusvalenze è tecnicamente valido, ma estremamente rischioso. Impone una crescita costante, perfetta, quasi miracolosa: comprare poco, trasformare tutto, vendere caro. Sempre. Senza errori. Senza battute d’arresto. È un equilibrio talmente fragile da stare a metà tra “io speriamo che me la cavo” e “gira la ruota”.
Pensare oggi la Lazio nell’olimpo delle grandi equivale a giocare un terno al lotto.
E perdere.

Questa dimensione ribassata diventa ancora più evidente quando implode contro la favola più audace del calcio italiano: il Como.
Il dramma del popolo laziale non è la sconfitta.
È l’impotenza di sognare.
Un’impotenza che produrrà due effetti devastanti: non darà spinta al club per tornare grande e minerà il confronto quotidiano, sociale, culturale con la Roma. Anche nei banchi di scuola. Come negli anni Ottanta. Un ritorno indietro che fa male solo a pensarlo.
E tutto questo accade sotto lo sguardo di Sergio Cragnotti.
Genio ed eroe di un’epoca in cui la Lazio osava, investiva, credeva.
Oggi, invece, si limita a resistere.
E resistere, nel calcio moderno, non basta più.


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