Calciomercato Lazio | Lotito sceglie Gattuso: gelo fra i tifosi
La Lazio ha scelto il dopo Sarri. O meglio: Lotito ha scelto. Perché la trattativa che porterà Gennaro Gattuso sulla panchina biancoceleste — manca soltanto l’annuncio ufficiale — è stata portata avanti in prima persona dal presidente. Telefonate, contatti, accelerazioni improvvise e una direzione chiara presa dentro giorni pesantissimi per il mondo Lazio. Del resto, il ventaglio delle possibilità non era poi così ampio. La Red Zone dentro cui si è infilata la società è ormai soffocante. Tossica. Una polveriera emotiva senza precedenti. Lotito contro il popolo laziale. E per popolo non si parla soltanto di ultras, ma di una tifoseria intera che ha scelto la contestazione permanente e la desertificazione dello stadio come arma di rottura. Mezzo Olimpico svuotato per mesi è stata l’immagine simbolo del collasso emotivo biancoceleste. Un incendio lento che ha disboscato il cuore della Lazio. E forse è anche per questo che l’arrivo di Gattuso si sta consumando quasi in sordina, a distanza, senza passerelle immediate. Meglio aspettare. Meglio lasciare che radio, rabbia e social sbollentino almeno in parte. Perché questo secondo anno senza coppe, senza Sarri, senza soldi e senza pace si annuncia come uno dei più delicati dell’era Lotito.
La scelta di Ringhio racconta tanto. Forse tutto. Perché Gattuso, uomo vero e allenatore di temperamento, rappresenta il classico profilo da gestione dell’emergenza. Cuore, polmoni, intensità, spirito di sopravvivenza. Un tecnico che nella sua carriera qualcosa ha comunque lasciato: una Coppa Italia col Napoli, esperienze europee, piazze pesanti affrontate sempre di petto. Ma è anche vero che il suo calcio raramente ha lasciato un’impronta moderna o rivoluzionaria. Poche idee forti disseminate qua e là. E soprattutto una figura che nell’immaginario collettivo resta inevitabilmente legata anche al trauma della Nazionale fuori dal Mondiale. Ecco perché la scelta di Gattuso viene letta da moltissimi laziali come la scelta della paura. La paura di investire davvero. La paura di affidarsi a un allenatore emergente, innovativo, magari più costoso ma con visione e prospettiva. La paura di osare. Perché in fondo questa operazione sembra perfettamente coerente con il vecchio mantra lotitiano: “Non vendo sogni ma solide realtà”. Una frase diventata ormai quasi un marchio di fabbrica. O peggio ancora: il simbolo di quella sensazione costante che accompagna il mondo Lazio da anni. Quella di essere costretti sempre a sopravvivere invece che a costruire. E allora forse Palladino, oppure una vera scelta estera, giovane, aggressiva, moderna, avrebbe rappresentato altro. Un segnale. Una brezza nuova. Magari rischiosa. Magari presuntuosa. Ma viva. Un tentativo disperato di spazzare via il pattume emotivo che oggi soffoca Formello.
Perché il problema non è soltanto Gattuso. Il problema è ciò che questa scelta rischia di rappresentare agli occhi della gente. Continuità nella gestione del ridimensionamento. Pochi fronzoli. Pochi sogni. Pochi investimenti. Uno entra e uno esce. Tanto entra e tanto spendi. Una Lazio inchiodata ai vincoli di bilancio, ai parametri, alle plusvalenze e all’attesa eterna dello stadio futuribile, ormai trasformato quasi nella pagoda sfortunata del mercante in fiera: sempre evocata, mai davvero risolutiva. Nel frattempo gli altri spendono, comprano, progettano. E il popolo laziale si ritrova ancora una volta a sperare nel colpo di fortuna, nello stellone, nella capacità di resistere più che dominare. Aridi di speranze sul mercato. Aridi di entusiasmo. Aridi perfino di fiducia. E allora il vero sogno dei laziali oggi non sembra nemmeno più un attaccante o un allenatore. Il vero sogno è intravedere finalmente all’orizzonte qualcuno capace di ribaltare tutto. Non un altro mercante chiamato a galleggiare. Ma un magnate disposto davvero a restituire grandezza, ambizione e futuro alla Lazio.