WOMEN | Goldoni: “Vi racconto Eleonora tra passato e futuro. Lazio momento di svolta”
Lunga intervista di Eleonora Goldoni ai microfoni di Turning Time, podcast condotto da Francesca Brienza. Queste le parole della calciatrice della Lazio Women: “Eleonora è una ragazza molto semplice, che ha tanta voglia di vivere, fare esperienze, conoscere e coinvolgere. Vedo un po' nel coinvolgimento, nella condivisione assieme alla famiglia e agli amici, il senso di tutto. È una ragazza iperattiva, è una ragazza che sta bene quando sente che le persone intorno a lei le vogliono bene. Credo che l'imprinting sia stato dato dalla mia famiglia, dai miei genitori, perché fin da bambina ho sempre visto le porte di casa aperte. Mamma e papà si sono convertiti più o meno alla mia età e da quel momento in poi ci hanno sempre raccontato, o comunque l'abbiamo sempre vissuto io e i miei fratelli, che vedevano e sentivano che la loro missione era quella di aiutare le persone, anche di chiamarle a casa, dare un pasto da mangiare, un posto dove stare. Penso sia stata un'influenza nella mia vita, un'influenza positiva. Ed è anche vero che in tante situazioni di difficoltà che io ho avuto nella mia vita ci ho visto poi un motivo per stare un pochino più attenta anche a quello che vivono gli altri, probabilmente perché ho vissuto certi momenti io in prima persona”.
LA FAMIGLIA - “Siamo una famiglia numerosa, io sono la terza di cinque fratelli biologici più uno adottato e quindi ho un fratello e una sorella più grandi, un fratello e una sorella più piccoli e il ragazzo adottato viene dalla Bielorussia. Ho un bellissimo rapporto con i miei fratelli, siamo molto diversi, facciamo professioni completamente diverse l'uno dall'altro e ovviamente non posso negare che ci siano le solite discussioni però ad oggi ci vedo crescere ed evolvere. Posso solo dirti che nel giro di due anni mi sono nati quattro nipoti, quindi i miei fratelli hanno deciso di sfornare tutti insieme. L’esperienza di essere zia l'ho tanto immaginata, attesa, sperata, ma così intensa come lo è veramente. Puoi viverla, è qualcosa che ti cambia, ti cambia completamente. Ti senti che vuoi essere una zia presente nella loro vita, quindi fare di tutto per cercare di migliorarti per loro e esserci, anche se sono così piccoli: vuoi esserci, vuoi regalare il tempo”.
LA PASSIONE PER IL CALCIO - “La felicità e la libertà che provavo nel giocare a calcio, nell’inseguire e utilizzare questo pallone. Poi è stato un momento in cui avevo in realtà tutti contro, perché non era uno sport ben visto se praticato da una ragazza e in casa io in primis avevo una mamma che non poteva accettare, non riusciva ad accettare questa cosa tant'è che mi portò ovunque pur di farmi appassionare di un altro sport, però mai io riuscivo a sentirmi come quando giocavo a calcio e penso sia stato quello che mi ha tenuto lì, mi ha fatto resistere e desiderare di farle cambiare idea”.
IL RICONOSCIMENTO - “Le prime soddisfazioni sono arrivate quando al di là del genere e al di là soprattutto dell'estetica, veniva apprezzato la competenza tecnico-tattica della calciatrice, quindi quando finalmente iniziavo a ricevere i primi ‘oh cavolo, non pensavo ma ti ho guardato e penso questo di te come calciatrice, cavolo siete in grado, siete capaci, anche voi potete giocare a calcio’ e lì sono soddisfazioni. È accaduto prima dell'Inter, ti direi nell'esperienza che ho fatto negli Stati Uniti, forse anche per il fatto che comunque negli Stati Uniti il calcio praticato da donne e uomini non ha differenze. È molto molto seguito, molto supportato, apprezzato e i professori sono i primi che nei college vengono a vederti alle partite, insieme a te decidono quando mettere e spostare gli esami perché sostengono l'attività fisica in accompagnamento alla carriera invece accademica. Quindi ti direi in quel periodo lì ho ricevuto questo tipo di soddisfazioni dalla sfera maschile”.
GLI USA - “Ho sempre tenuto molto agli studi, da sempre, per me quella di andare bene a scuola era una sfida personale tanto quanto allenarmi bene, cercare di performare bene. Ho sempre desiderato portare avanti lo sport ma anche la formazione personale e negli ultimi anni del liceo che ho frequentato sono stata contattata da vari scoutman di college negli Stati Uniti che mi proponevano l'opportunità di andare negli Stati Uniti e giocare nella squadra del college e continuare gli studi. Io poi avevo questo grande desiderio di fare un'esperienza all'estero, imparare un'altra lingua come la prima lingua, come l'italiano, e non ci ho pensato due volte: ho preso, ho fatto la maturità e sono partita. È stato bello, un'esperienza che ricordi con piacere. A oggi ci tornerei con un approccio, una mentalità totalmente diversa. Quei quattro anni sono stati molto difficili, molto difficili. Perché è stata la prima esperienza per me fuori casa e ho sempre avuto la casa piena di gente, di persone, di rumore in senso buono, di abbraccio materno o paterno. Prendere, partire, andare dall'altra parte del mondo e ritrovarsi anche banalmente a vivere da sola o con una compagna di squadra che però non conosce e non ha le tue abitudini non è facile. Tra l'altro nel primo periodo io mi sono infortunata, quindi non avevo neanche il calcio e lo ricordo come un periodo difficilissimo. Poi sono partita da ragazzina molto timida, molto insicura e nel corso dei quattro anni ho vissuto un percorso che a oggi consiglierei a chiunque, perché oltre al percorso accademico e sportivo è un percorso personale che ti cambia, che ti sprona”.
IL RITORNO IN ITALIA - “L'impatto è totalmente diverso perché la mentalità con il quale approcci scuola e sport negli Stati Uniti è totalmente diversa rispetto all'Italia, però in realtà io avevo il grande desiderio di tornare in Italia e confrontarmi nel massimo campionato, quindi la Serie A. E poi potevo farlo nella mia squadra del cuore, quindi ero in realtà spinta da tantissimo entusiasmo e magari dal cercare di portare quello che avevo captato negli Stati Uniti in Italia. Penso sicuramente di averci provato perché indubbiamente è un'esperienza che ti cambia, ti forma e ti rende una persona diversa, viene assieme a te, torna assieme a te in Italia. Poi in Italia in realtà all'Inter ho vissuto l'anno più tosto dal punto di vista personale e calcistico della mia carriera. Anche proprio a livello di approccio con la squadra, con le persone all'interno della società, però è un anno di cui io ringrazio Dio perché mi ha forgiato tantissimo”.
IL CALCIO IN ITALIA - “Da allora in Italia è cambiato in primis l'interesse e l'innamoramento nei confronti del calcio praticato dalle donne. Le persone che si rendono conto, perché decidono di non ignorare più, che guardando una partita di calcio praticato da noi ragazze ci si può divertire, ci si può appassionare e si può vedere e apprezzare a un livello alto. Questo secondo me è stato uno dei più grandi cambiamenti e miglioramenti che poi porta con sé tutta una serie di conseguenze, quindi i stadi che iniziano a riempirsi, fai allenamento, comunque giochi su campi che non sono più campi di patate. Mi sarebbe piaciuto iniziare adesso, da una parte ti direi sì e penso che le ragazze che iniziano adesso da un certo punto di vista siano molto fortunate, perché fin da piccoline iniziano con degli allenatori bravi, competenti, appassionati e lavorano su certi aspetti anche tecnico-tattici che io, noi, non abbiamo avuto l'opportunità di sfruttare. Dall'altra parte ti dico no, non rimpiango nulla, perché il percorso che ho fatto io, le mie colleghe e chi prima di me, anche a livello di formazione personale, umana, mi hanno portato, ci hanno portato, ad affrontare il calcio ma poi la vita, perché poi lo sport è una scuola di vita, in maniera totalmente diversa rispetto a come probabilmente una ragazzina, una bimba che inizia adesso farà”.
L’AVVERSARIA PIÙ DURA - “Io stravedo per Giada Greggi. È una centrocampista della Roma e della Nazionale e ho avuto l'opportunità e la fortuna di allenarmi e giocare insieme a lei, perché abbiamo fatto un percorso stupendo agli Europei e comunque nelle convocazioni con la Nazionale c'è sempre. Secondo me, a parer mio, è la centrocampista con la quale ho più difficoltà a confrontarmi perché è rapidissima, iper tecnica e quindi non sai mai cosa aspettarti ed è una grandissima giocatrice, secondo me una delle migliori”.
IL DOLORE - “Non voglio sembrare masochista però io amo il dolore fisico, cioè amo quella sensazione di, più che dolore, fatica e sopportazione della fatica. Probabilmente perché ho avuto tantissimi episodi, tantissimi infortuni, tantissimi step back, difficoltà. Magari sul momento la vivi male e pensi di mollare tutto, però alla fine decidi sempre di ripartire, di riprovarci una volta in più, una volta ancora, un altro passo. Non vuol dire che io non lo soffra, anzi, fa veramente male in certi momenti, ti toglie qualsiasi tipo di energia, anche quelle che pensavi di non avere più. Però anche lì io la vivo proprio come una sfida, non mi puoi abbattere. Magari ho bisogno di cambiare il modo, però ci devo arrivare”.
LE DIFFICOLTÀ - “Ne ho avuti tanti di episodi, però ti direi non il più doloroso dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista mentale, è stato l'anno scorso quando ero comunque tra le convocate della Nazionale, ci sarebbe stato l'Europeo durante l'estate e quindi un sogno che io ho sempre avuto, ma non ho mai percepito abbastanza raggiungibile un po' per il decorso della mia carriera. E l'anno scorso, in una stagione in cui stava andando veramente bene e sapevo che mi stavano guardando, osservando, ho avuto due mesi nei quali avendo purtroppo un alluce valgo molto esposto nel piede mi faceva percepire un impedimento, un dolore talmente forte da avere i conati di vomito ad andarci sopra. È stato un impedimento quindi che diventava anche mentale, perché era come se avessi una catena attorno a me che mi tratteneva da quel raggiungimento di sogno che avevo, o perlomeno provarci. Alla fine resistendo, di punto in bianco, dopo questi due mesi di sofferenza, antidolorifici, pianti, il mio ragazzo che mi cuciva di sera le scarpe per fare in modo che lo sentissi meno, resistendo di punto in bianco è andato via, sono riuscita a terminare la stagione bene fino a poi vivere il sogno degli Europei”.
GLI EUROPEI - “L’esperienza agli Europei mi ha fatto capire che quando vuoi veramente qualcosa e ci metti tutto te stesso, prima o poi arrivi, non importa tanto cosa poi raggiungi, cioè se porti a casa un trofeo, una medaglia, il podio o anche un minuto di gioco, perché io a questo Europeo non ho giocato neanche un minuto, però ero lì. E quindi quando veramente vuoi qualcosa e ci metti tutto te stesso, prima o poi ci arrivi. E io ci sono arrivata a 29 anni, a fianco a ragazzine, ragazze, donne, che ne hanno 22, 23 e stavano vivendo l'Europeo. E non ho giocato neanche un minuto, però ho imparato tanto, ho apprezzato tantissimo e mi sono portata a casa la voglia di, ok, sono arrivata fin qui, adesso ho capito che forse posso arrivare anche un passo più in là. Il mio grande sogno è in realtà diventare mamma e vedere un giorno mio marito e mio bimbo sugli spalti”.
BENESSERE - “Il prendersi cura di se stessi è diventato via via negli anni un tema che mi sta molto a cuore, tanto che da un annetto a questa parte ho iniziato un percorso di biohacking, quindi un percorso per ottimizzare al meglio la mia longevità e parto con una passione, oltre che per lo sport e per l'attività fisica, per la nutrizione. Però a oggi sono appassionata anche per tutto ciò che riguarda il benessere e in realtà non si smette mai di imparare e non è per niente facile perché anche da appassionata, anche da perfezionista, purtroppo o per fortuna, non è facile mantenere una certa costanza soprattutto con tutti gli impegni quotidiani o settimanali che si hanno. Però vedo nel valore del benessere e della longevità qualcosa di enormemente grande e lo vedo più che nel curare al meglio la performance, la longevità a me porta a pensare di voler essere longeva perché oltre a curare la performance voglio mantenere a lungo la mia passione e per farlo non devo andare a tremila all'ora come facevo fino a poco tempo fa, e a volte mi viene ancora da fare, pensare che spingere è l'unica soluzione, l'unico pedale disponibile. Invece è ok, magari ho bisogno di ascoltarmi, ho bisogno di fermarmi, ho bisogno di ripartire, rimettermi in cammino e tutto questo curando alimentazione, prevenzione, recupero ma soprattutto la testa che poi fa tutto. La mia età biologica mi dice che è di 19,8 anni (ride, ndr.)”.
FUTURO E HOBBY - “Non ho un'idea precisa di quello che voglio fare in futuro, però so chi chi voglio essere e mi piacerebbe tanto trasmettere, riuscire a trasmettere agli atleti che non conta tanto i risultati, se si riescono a raggiungere i trofei, le medaglie ma le persone che possiamo diventare attraverso questa fortuna che abbiamo di poter praticare sport e renderlo un lavoro. E quindi, un po’ come è cambiato il mio approccio nei confronti di quello che faccio, arrivare veramente a capire che dobbiamo dare il giusto senso a quello che facciamo. In futuro mi vedo a cercare di non permettere agli altri di fare gli errori che ho fatto io. Dare una sorta di aiuto e supporto. Io amo viaggiare, lo possiamo fare talmente troppo poco che quel poco assume un significato enorme quando riusciamo a farlo. Una parte di me direbbe che nel tempo libero vado in palestra da sola, con la musica, che è una cosa che faccio e mi fa stare bene. Un’altra parte di me direbbe che prendo il primo treno e vado casa per stare con i miei fratelli, la mia mamma, il mio papà, il mio compagno e i miei nipoti. Anche a non fare niente. Il mio compagno gioca a basket e al momento fa le gare di Hirox”.
IL LIBRO - “Scrivere un libro è stata un’esperienza che mi ha colpita perché non avevo mai immaginato di poter scrivere un libro o di arrivare a farlo. Quando mi è stato chiesto di farlo chiesi perché io, cosa avessi da raccontare. Dopo in una chiacchierata il mio papà, che per me è una figura super importante nonché il mio migliore amico, mi disse: ‘Perché no? Magari la tua storia potrebbe toccare anche solo una persona in qualche aspetto. Sapendolo non lo faresti?’. E allora decisi di farlo. Alessia Tarquinio è stata un angelo custode: l’ha scritto con me, in un momento in cui ho dovuto riaprire ferite che pensavo di aver curato. È stato un viaggio. A oggi mi dico che fino a quel momento non avevo vissuto nulla di quello che oggi mi ha toccato. Da lì in poi è stato un caos”.
LA SVOLTA - “Per me il momento della svolta è stato l’anno in cui dopo un periodo veramente molto difficile perché venivo da stagioni in cui non giocavo, infortuni e forse allenatori che non riuscivano a capire e apprezzare le mie qualità, con tante critiche e giudizi dal mondo esterno, decisi di cambiare qualcosa per cambiare la situazione. Decisi di ripartire, la vedo un po’ come quando Gesù riusciva a mettere da parte il suo orgoglio e umiliarsi. Quell’anno decisi di fare un passo indietro, quindi scendere in Serie B, senza sapere che in realtà quel passo indietro ha rappresentato dieci passi in avanti, perché da quella scelta, quindi lo scegliere di ripartire da me stessa e scendere, mettermi da parte e scendere, io sono veramente riuscita a ritrovare me stessa, a ritrovare la gioia per il calcio, a ritrovare una passione che altri avevano spento e che io avevo permesso loro di spegnere, fino ad arrivare a ritrovarmi tra le 23 convocate all'Europeo quest'estate. E per me questo è un grande insegnamento di vita. Quella scelta di ripartire, per ritrovarsi poi con un bagaglio di insegnamenti incredibile a oggi che posso mettere in atto in tutte le sfere della mia vita”.