Primavera, la vittoria di una banda
Fonte: Luca Capriotti
Quello che gli altri non dicono é che la vittoria della Lazio Primavera é la vittoria di una banda. Quello che gli altri non dicono é che la finale la Lazio Primavera l'ha costruita partendo da lontanissimo, dal freddo di gennaio, per arrivare al freddo, speculare, ma estivo, di Gubbio. Quello che gli altri non dicono é che nella banda ci sono solisti, se intesa dal punto di vista musicale, ma c'è uno spartito che tutti devono seguire, note che tutti devono sapere, arie che tutti devono imparare. Quello che gli altri non dicono é che chi sará il campione si capisce prima della finale, si capisce in ritiro, ma il ritiro prefinale è solo il rewind di ogni giorno di allenamento, sotto la pioggia sotto il sole, qualsiasi cielo ci fosse. In ritiro se non lo sai c’è tutto un anno, ogni giorno a raccogliere i palloni, ogni giorno di sudore, di chiacchiere con lo staff, di pacche del magazziniere, di palloni portati in campo nelle sacche e ributtati nel sacco, dopo i gol, la corsa, sotto qualsiasi cielo. Quello che gli altri non dicono é che una banda scanzonata, allegra, superba e compatta la creano i campioni, che questo è il loro nome e valore, per tecnica e carattere, e la creano quelli che giocano di meno, che sono quelli che nel ciclismo portano l'acqua ai compagni. Nel calcio chi ha un minutaggio inferiore ma si allena alla massima intensità, massimo sforzo, é il calcio, ancora di piú della grande giocata: portano l'acqua ai compagni, portano acqua alla Lazio. Quindi un brindisi a Cataldi e alle sue giocate sopraffine, alla classe pura di Keita e la potenza di Tounkara, onore alle sgroppate di Crecco sceso in campo con la febbre e a Rozzi, che è laziale e questo basta. Un brindisi a Lombardi e al suo feeling col gol, onore ad Antic e al suo piede elegante, all'umiltà e ai consigli saggi di Falasca, onore alla corsa e qualità di Filippini e Pollace, onore al cuore della difesa, al baluardo eretto da Serpieri e Vilkaitis, onore all'estremo difensore Strakosha. Ma onore forse più elevato, e applausi, e brindisi, a chi ogni giorno li ha allenati, ha sorriso e si é accomodato in panchina ma ha sudato come tutti e più di tutti. Onore alla tenacia di Andreoli e alla garra di Silvagni, al cuore timido di Luque Alberto Quintero e alla forza di Tira, alla corsa irriducibile di Vivacqua e alle giocate a tutta birra di Paterni, alle geometrie di Pace e alla resistenza suvrumana di Ilari, alla classe di De Francesco, i tuffi di Scarfagna, e la voglia matta di Fiore.
Onore a chi non é arrivato a Gubbio, perché un allenatore deve scegliere, all'intelligenza di Bianchi ed il sorriso di classe di Lucatelli, alla faccia sporca di fango di Di Piero e allo staff, che ogni giorno c'era, parlando discutendo urlando. C’era ha portato la Lazio in finale, Bollini l’ha portata allo Scudetto, di nuovo. Quello che gli altri non possono dire é che questa banda di romantici ha vinto lo Scudetto con l'aquila sul petto. Quello che gli altri non dicono è grazie a tutti. Quello che gli altri non dicono, dopo una settimana, a distanza di una settimana, sotto qualsiasi cielo, é: i Campioni d'Italia siamo noi.