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Nesta: "La Lazio mi toglie il sonno. Al derby andrei in Curva Nord..."

di Andrea Castellano

L'ospite nel nuovo episodio di Legends Road su Dazn di Pierluigi Pardo è Alessandro Nesta. In un lungo viaggio in macchina per le vie di Roma, l'ex difensore ha raccontato tutta la sua carriera, soffermandosi in particolare sulla Lazio. Di seguito le sue parole.

"Sono tornato a Roma dopo vent'anni. È stupenda. Quando giocavo l'ho vista poco, uscivamo poco in centro. E poi io sono di periferia, il centro l'ho visto a 16 anni (ride, ndr.). Roma è complessa per chi gioca a calcio: se vai bene è troppo, se vai male è troppo dall'altra parte. Ogni tanto parto, mi faccio cinque chilometri a piedi e vado per tutto il centro storico, non l'avevo mai visto. Io arrivo da Cinecittà, dalla periferia. Il palazzo era popolare, noi eravamo segnati, solo noi eravamo della Lazio. È stata dura. Mio padre era malato della Lazio, un tifoso assurdo. La Lazio per me è tante cose, ma ho un ricordo: per me la domenica si andava alla partita e poi all'Olimpico con un panino. Fuori dallo stadio giocavamo a calcio con il caffé Borghetti. La Lazio è l'infanzia, è la mia famiglia".

"I miei idoli? Io sono nato con Monelli, Poli, Acerbis, Pin, Gregucci... La Lazio del -9, con lo spareggio a Napoli e bomber Fiorini, io facevo il raccattapalle nel giorno del suo gol. Allo stadio c'erano 65/70mila persone, prima della partita ci avevano fatto fare una partita tra bambini dentro il campo dell'Olimpico per intrattenere il pubblico. Una giornatona".

"Totti? Lo sapevano tutti che sarebbe arrivato in Serie A, già quando aveva dieci anni. Qua a Roma si sapeva già, era il più chiacchierato. Il secondo invece era Di Vaio, faceva trenta gol all'anno. Con Totti ho un bellissimo rapporto, giocavamo contro quando lui stava nella Lodigiani e io già alla Lazio a 8/9 anni. C'era 'sto 10, biondino... E poi i nostri genitori si conoscevano, stavamo sempre contro. La città poi un po' ti divide, a volte pretende che tu sia contro perché gli piace. Ma noi abbiamo sempre avuto l'intelligenza di rispettarci. Questa città è così. Ma si vede anche nell'ultima uscita della Lazio: se la Roma prende Mourinho, tu devi prendere Sarri. Sarri mi piace, è forte, un professore".

"Cinecittà è dove sono cresciuto. Poi ho abitato tre settimane a Via Margutta prima di andare al Milan. Il passaggio è stato traumatico, sono stato male. Poi bisogna dire che è stata la fortuna della mia vita, perché il Milan mi ha portato a un livello superiore rispetto a Roma, ma io non riuscivo a staccarmi. A Milano ho avuto dei compagni di squadra speciali, ogni giorno che andavo al campo mi divertivo o perché Rino (Gattuso, ndr.), Andrea (Pirlo), i brasiliani... Allegri? Ci deve ringraziare (ride, ndr.). Il calcio che vince ha ragione, poi può pure non piacere. Il mister ha vinto tanto. Ora c'è Fabregas al Como, che è un palleggiatore importante, costruisce sempre da dietro. Con il Monza abbiamo pareggiato 1-1, a fine partita viene da me e mi dice: 'Voi in Italia giocate uomo contro uomo'. Io so che se al Como gli lascio palla, prima o poi il gol lo prendo perché ti fa male. Quindi gli ho detto: 'Anni fa ci dicevate che facevamo il catenaccio e non andava bene, ora veniamo avanti e nemmeno quello. Non va bene mai... ditecelo voi (ride, ndr.)'".

"La Lazio ora è in apnea, deve sfangare questo periodo e portare a casa la palla rimanendo lì in classifica aspettando il mercato. In Curva Nord a vedere un derby? Sì, ci andrei. Magari entro un po' coperto, ma solo per il mio carattere. Ci porto pure mio figlio, prima o poi lo faccio. Mio figlio è un grande tifoso del Chelsea, visto che è cresciuto in America. Eriksson? Due anni fa ero alla Reggiana, l'ho incontrato alla penultima giornata con la Sampdoria a Marassi, perché era il centenario. Mi ero promesso di non piangere, ma sono crollato appena l'ho visto. Era una persona splendida, gli volevi bene per forza".

"De Rossi? Con lui ci giro per Roma, andiamo a cena fuori insieme. Prima parliamo un po' di vita e poi finiamo sempre sul calcio. Lui è malato (ride, ndr.). Lui ora è allenatore... è quello che cerco io, la competizione mi manca, se non perdo o vinco poi impazzisco, è terapeutico. Rimpianti? Quello più grande ce l'ho avuto l'anno scorso, ho avuto l'opportunità di allenare in Serie A e me la sono giocata male perché siamo retrocessi. Poteva andare diversamente... ma arriverà".

"La panchina della Lazio? C'è stato un momento, un po' di anni fa, che era arrivata mezza telefonata. C'era Inzaghi che non si sapeva se rimaneva o se andava via e poteva succedere. Quando ho attaccato il telefono, mia moglie mi ha detto: 'Ma che hai fatto?'. E le ho raccontato tutto. Lei mi ha risposto: 'Vabbè, ma ci vai?'. E io: 'Ci devo pensare'. 'Ma che sei matto?', mi ha detto di nuovo lei. Io le ho spiegato che la Lazio è l'unica squadra che mi può togliere il sonno, che mi cambia la qualità della vita. Sarei talmente preso e mi sentirei talmente responsabile che non so se mi farebbe bene".

“Il derby perso contro la Roma? Mi ha segnato, mi prendo tutta la responsabilità. Il giorno prima della partita mi avevano chiamato in sede dicendomi che dovevo andare via, c’era la Juventus ma non ci volevo andare. Poi la partita è un’altra cosa e l’ho sbagliata io. Volevo andare all’Inter, che aveva perso tanto e per me era lei la prossima squadra che avrebbe vinto. Invece poi sono andato al Milan e mi è andata bene. Quel derby mi ha segnato e mi ha fatto crescere, l’ho presa come sfida con me stesso, ero crollato emotivamente e non ho saputo gestirla. Ho imparato da quella situazione, in futuro mi ha aiutato".

“Alla Lazio c’è il cuore. Al Milan mi sono divertito e ho vinto anche tanto. A Cinecittà, quando rimanevo da solo, mi immaginavo all’Olimpico, ero sicuro proprio. Ero promettente ma non così tanto come altri giocatori a livello cittadino. Poi dopo sono uscito fuori, sapevo che potevo farcela. Il mio sogno di adesso è fare almeno una partita di Champions League da allenatore. Io adesso sto benissimo, ma quando ho smesso sono stato davvero male. Avevo capito che era finita e che certi momenti non sarebbero tornati più. Ma ringrazio per aver fatto questo lavoro perché è bellissimo”.


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