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Lazio club Cave, la notte dei laziali

di Ludovica Lamboglia

È stata una notte di Lazio vera, di quelle che non hanno bisogno di slogan né di palcoscenici. Una notte fatta di sguardi, memoria, rispetto. Una notte in cui il Lazio Club Cave, il più antico della provincia di Roma, ha riunito la sua gente attorno a ciò che conta davvero: la storia, l’identità, l’appartenenza. La cena speciale organizzata dal club è diventata molto più di un evento conviviale. È stata un rito laico laziale, un momento di riconoscimento reciproco tra generazioni diverse unite dallo stesso battito. Attorno ai tavoli, la Lazio di ieri e quella di oggi si sono guardate negli occhi.

A impreziosire la serata, la presenza di tre simboli indelebili del passato biancoceleste: Giancarlo Oddi, campione d’Italia nel 1974; Michelangelo Sulfaro, portiere della gloriosa Lazio degli anni Settanta; e Ernesto Calisti, volto della Lazio eroica, quella della sofferenza, della retrocessione, della penalizzazione dei meno nove, della risalita contro ogni logica e contro ogni pronostico. Tre storie diverse, un’unica fede. A introdurre e accompagnare il senso della serata sono stati il direttore di Lalaziosiamonoi.it Alessandro Zappulla e l’Avvocato Alessandro Pasquazi, che hanno dato voce al tema centrale dell’incontro: la notte dei laziali, di chi ama davvero la Lazio. Il bisogno di ritrovarsi, di sentirsi parte, di riconoscersi senza spiegazioni. Perché i laziali si riconoscono così: con uno sguardo, una parola, un silenzio condiviso. Con la paura, anche, di poter sciupare qualcosa che si ama profondamente.

Parole semplici, sentite, quelle di Zappulla:
«Non so definirmi un grande laziale, perché i grandi laziali sono altri. Sono coloro che hanno scritto la storia e qui ce ne sono alcuni. Io mi limito a tifare e a raccontare, quando mi riesce». Un passaggio che ha riassunto lo spirito della serata: il rispetto. Per chi c’era prima. Per chi ha sofferto. Per chi ha vinto. Per chi non ha mai mollato. E poi la voce di Oddi, ferma, diretta, senza filtri: «Ho vinto uno scudetto, ho vissuto momenti complessi, alcuni impossibili. I laziali ci sono sempre stati. Oggi qualcuno sta ostacolando questo amore. I laziali protestano e fanno bene. Oggi nella Lazio comanda chi non tiene alla propria gente».

Parole che hanno acceso la sala. Applausi, boato, cori. Occhi lucidi. Emozione vera, palpabile. Quella della presidente Alice Boccuccia, della vice Pamela Cleri, del segretario Antonio Leli. Sciarpe alzate, bandiere immaginarie che sventolano anche al chiuso, come succede solo quando l’amore è più forte di tutto. Un filo invisibile, antico, che non si spezza. Che tiene insieme generazioni, storie, ferite e orgoglio.
Lunedì sera, a Cave, i 126 anni di storia della Lazio non sono stati celebrati: sono stati vissuti.
E in un tempo confuso, questo vale più di qualsiasi vittoria.


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