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Delio Rossi: "Dentro la Lazio si è persa la lazialità. Non sarei mai andato via"

di Andrea Castellano

Nel corso dell'ultima puntata televisiva di 'Lazialità', Delio Rossi ha parlato della Lazio soffermandosi su diversi argomenti. In particolare si è espresso sul lavoro della società sul mercato, su quello di Sarri in panchina e sul suo passato in biancoceleste. Di seguito le sue parole.

"Io vivo a Roma perché ho allenato la Lazio, e mi reputo un tifoso della Lazio. Il laziale si ricorda più del gol di Fiorini che ha salvato la squadra dall'incubo della Serie C che dei gol-scudetto, è un tifoso sui generis. Io pensavo che il gingle per cui chi si comporta bene con la Lazio viene ricordato a vita dalla tifoseria fosse una frase fatta, invece l'ho vissuto sulla mia pelle. La situazione attuale è difficile da spiegare, è una sorta di limbo. Apatia, disinteresse, noncuranza: passare dalla Lazio di Cragnotti a una situazione simile è complesso. In questi anni erano passati Klose, Milinkovic, Immobile, la gente si aspettava di tornare a sognare. Ora la squadra non sta facendo male, ma non emoziona più. Dentro la Lazio si è persa la lazialità".

"Io e Sarri ci assomigliamo come modo di vivere il calcio, siamo più istruttori che gestori. Ho grandissima stima di lui, ma gli consiglierei di non esagerare con le lamentele nei confronti del club, perché possono trasformarsi in un boomerang e rappresentare degli alibi per i calciatori. Quanto alla dirigenza, se prendi Sarri devi poi seguirlo. Come Zeman, è una guida tecnica caratterizzante, ma devi accontentarlo portando a Roma calciatori che abbiano le caratteristiche che lui predilige. Il mister dà alla squadra un'impronta forte, ma con calciatori medi può arrivare fino a un certo punto. Negli ultimi venti metri ha bisogno di qualità, che non è allenabile: la squadra è organizzata e difensivamente valida, ma non tira in porta".

"Il passato? Il playoff di Bucarest contro la Dinamo passò alla storia, ma alla fine del mercato non arrivarono rinforzi. Rocchi è stato il mio attaccante più evoluto, Pandev il più intelligente calcisticamente. Come Mauri: ci siamo donati reciprocamente una seconda vita, lui con la sua sagacia tattica, io schierandolo da trequartista in un centrocampo a rombo. Quando parlo di Muslera, mi emoziono. Arrivava da lontano, alla prima da titolare all'Olimpico prese cinque gol dal Milan e tre erano colpa sua, ma a fine partita andò in conferenza stampa a chiedere scusa alla gente. Io sono per chi si prende la responsabilità, è stato un uomo vero. Francelino Matuzalem è stato il mio calciatore più talentuoso, Leiva il calciatore più sottovalutato alla Lazio. Cataldi somiglia molto a Ledesma per leadership, è fondamentale per la squadra. Milinkovic-Savic è il giocatore che avrei sognato di allenare: ha tutto, fa quello che vuole, poteva vincere le partite da solo".

"Se fossi nel club, terrei a tutti i costi Gustav Isaksen. Anzi, avrei voluto allenarlo. Il danese sbaglia sempre la soluzione finale, si perde nell'ultima giocata, ma prima riesce sempre a costruirsela. Ha delle enormi potenzialità ancora inespresse e per un allenatore rappresenta una sfida. Se tornerei alla Lazio? Certo. Se fosse stato per me, non sarei mai andato via".


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