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ESCLUSIVA - Amarcord Calisti: "Ringrazierò sempre Chinaglia, è merito suo se sono rimasto. Fiorini? Un amico vero"

di Lalaziosiamonoi Redazione
Fonte: Corso d'Informazione Sportiva de Lalaziosiamonoi.it

Amore a primo sguardo. Deve essere stato sicuramente così quando, il 7 ottobre 1984 ad Ascoli, Ernesto Calisti bagnava il suo esordio nella massima serie italiana con la maglia biancoceleste. Una carriera, quella del terzino romano, passata a macinare chilometri sulla fascia, rincorrendo pallone, sogni e avversari. Di Lazio si è innamorato subito e nonostante le successive esperienze con Fiorentina e Verona - prima di ritirarsi a Monterotondo nel 2004 - Calisti non ha mai nascosto la sua fede, mostrando quel leale senso di appartenenza da sempre gradito al tifoso laziale. In occasione del 2° Corso di Informazione Sportiva della Lalaziosiamonoi.it, l’ex calciatore biancoceleste ha risposto alle domande dei corsisti; numerosi i temi trattati, dalla contestazione nei confronti della società, ai mitici ricordi del 26 maggio, dall’esplosione del giovane Keita all’altalenante cammino in campionati della squadra. 

Di seguito vi proponiamo la seconda parte dell'intervista (per rileggere la prima parte, clicca qui):

Nell'aprile del 1986 hi subito un gravissimo infortunio che ti ha tenuto fuori per tutta la stagione successiva, quella della Lazio del meno nove. Per un laziale come lei, quanto è stato difficile rimanere fuori?

"E’ stata durissima, ero molto giovane. Nell’86 avevo 21 anni venivo da tre buone stagioni ed ero titolare nella Nazionale Under 21. Mi è crollato il mondo addosso, è stato un brutto infortunio, addirittura mi dicevano che rischiavo di smettere di giocare, ma con molto sacrificio e tanta buona volontà sono riuscito a tornare a buoni livelli. Sicuramente avrei fatto molto di più senza quell’infortunio grave. Quella fu un’annata molto difficile da mandare giù: la Lazio, la squadra che tifavo da bambino, lottava per non retrocedere in serie C. Per fortuna grazie anche all’allenatore, Eugenio Fascetti, che ho ritrovato poi nel Verona e grazie ad un gruppo di grandi uomini e di grandi giocatori siamo riusciti a salvare una stagione veramente difficile. Non posso poi dimenticare Giuliano Fiorini, un amico e un grandissimo calciatore, il suo gol ce lo ricordiamo tutti; ci ha salvato dalla serie C. Tanta sofferenza, ma una bellissima stagione alla fine".

Nel libro "Una vita da Lazio", scritto dal suo ex compagno di squadra Arcadio Spinozzi, si racconta delle divergenze che vi erano tra tifosi, società e giocatori. Trovi delle analogie tra quel periodo e questo che stiamo vivendo?

"Sicuramente ti riferisci alla stagione della retrocessione in serie B, fu un’annata difficile. Retrocedemmo con una squadra forte composta da grandi calciatori come Giordano, Manfredonia, D’Amico, Laudrup e Batista".

Il presidente di allora era Giorgio Chinaglia, un grande personaggio che ci metteva tanta passione ma questa non è bastata. Quali sono stati i motivi? Forse perché si fidava di persone poco capaci e non aveva esperienza nel gestire una società grande come la Lazio?

"Non credo che ci siano delle analogie particolari con l’attuale Lazio, forse l’errore è stato quello di mettere troppa passione da parte di Chinaglia. Quella fu una stagione particolare e sfortunata, si perdeva per 1 a 0 o per 2 a 1, sono quelle annate che, al di là delle incomprensioni societarie o di altre situazioni, non ti spieghi. Peccato perché per me personalmente andò benissimo poiché feci una stagione in serie A straordinaria".

Tu hai militato in quasi tutte le categorie del campionato italiano dalla serie A alla serie D. Qual è per un calciatore la categoria più difficile da affrontare?

"Sicuramente l’impatto più forte è il passaggio dalle giovanili al professionismo, perché passare da una Primavera ad un campionato di serie A o B è molto difficile. Indubbiamente il campionato di serie A è quello più difficoltoso, non ci sono dubbi, perché trovi avversari più forti, preparati e non ti è permesso di sbagliare niente. Nella mia prima esperienza in serie A ho marcato grandi giocatori come Maradona, non uno qualsiasi, in quegli anni ce ne erano veramente tanti di campioni. Vi racconto un piccolo aneddoto, il mio primo anno da professionista in serie B lo passai alla Cavese, io arrivavo dalla primavera della Lazio e per me era un grande passo importante passare dal calcio pulito, bello e tranquillo a quello più duro. Andammo a giocare con la Cavese (quello fu un anno bello per me) nel vecchio stadio della Sanbenedettese dove poi militavano Giuliano Fiorini e Walter Zenga, nomi che ricordate un po’ tutti sono stati grandi giocatori, però quello era un calcio tosto, si dava battaglia. Tra botte e gomitate, c’era gente fuori dalla rete, che ti dava ombrellate. Io onestamente ero lì seduto e guardavo in campo e mi dicevo “io qua non giocherò mai “, ma per fortuna giocai e andò bene. Dopodiché tornai dal prestito alla Lazio in serie A. Quindi l’impatto più forte è quello di passare dalle giovanili al livello professionistico, è chiaro che la serie A è la più difficile, ma anche la serie B e la C lo sono".

Qual è stato il rapporto tra te e Giorgio Chinaglia quando era presidente? E quali sono le differenze tra la presidenza di Chinaglia e quella di Lotito?

"Differenze enormi, abissali. Chinaglia è stato un presidente passionale con poca esperienza nel gestire una società. A livello personale non scorderò mai il giorno in cui mi disse di restare alla Lazio. Non finirò mai di ringraziarlo poiché dopo quel colloquio diventai titolare".

Chi era il vero leader della Lazio dei meno nove?

"Era una situazione difficile, nel calcio c'erano pochi soldi. Il vero leader era Eugenio Fascetti che guidava un gruppo di uomini veri ancor prima che calciatori". 

Quanto è importante la presenza di una bandiera?

"Sicuramente è importante avere un punto di riferimento per squadra, società e tifosi. Ad oggi ci sono poche bandiere rispetto al passato. Si pensa molto ai soldi perché è cambiato il sistema. Avere una bandiera sarebbe comunque fondamentale. Oltre Fascetti chi è stato il suo allenatore preferito? Osvaldo Bagnoli. Uomo di poche parole e grandi principi attento ad ogni dettaglio. Bastava uno sguardo per farti capire determinate situazioni. Ho avuto altri grandi allenatori ma se devo scegliere dico Fascetti e Bagnoli.”

Sei favorevole all'innesto della moviola in campo?

"Per certi versi sarebbe utile, soprattutto nei casi di goal fantasma, però farebbe diventare il calcio una cosa fredda facendogli perdere quel fascino che da sempre lo contraddistingue: la polemica. Inoltre abbiamo visto che anche con l'innesto di altri arbitri i problemi sono rimasti". 

Quanto pesa per le squadre di Serie A, Juventus a parte, non avere uno stadio di proprietà?

"Pesa tanto. Sarebbe bello se ogni squadra avesse il proprio stadio da poter fare visitare ai proprio tifosi mostrandogli tutti i trofei vinti in precedenza. Anche dal punto di vista del tifo si creerebbe un'atmosfera magica. Se ne parla da tanti anni e credo che sia arrivato il momento di agire". 

Ormai manca poco al Mondiale in Brasile: qual è secondo te la nazionale favorita? Inoltre dove collochi l'Italia e di quale giocatore gli Azzurri non possono proprio fare a meno?

"Come favorita principale vedo il Brasile, perché ha una grande squadra ma soprattutto perché gioca in casa. Però vedo bene anche la Germania di Klose che è una squadra strutturata per vincere, così come la Spagna campione in carica. Per quanto riguarda l'Italia invece sono dubbioso: è indubbiamente un'ottima squadra ma non penso che possa lottare per vincere il Mondiale. Soprattutto perché ha perso Rossi che secondo me era il nostro giocatore più forte. Comunque una cosa che spero non manchi in questa squadra è la qualità, dunque ben vengano i vari Cassano e Balotelli, ne abbiamo bisogno. Mentre sarò tradizionalista ma sono contro gli oriundi: nutro il massimo rispetto per loro ma secondo me ognuno dovrebbe scegliere la nazione dove è nato".

Oltre alla Lazio in quale altra città hai lasciato il cuore?

"Sicuramente Verona, dove sono stati 4 anni fantastici. Lì ho trovato della gente splendida e ho giocato dei buoni campionati. Inoltre ho avuto il piacere di ritrovare Eugenio Fascetti, il mio maestro. Ogni volta torno con piacere a Verona: dopo la Lazio è la squadra che mi è rimasta di più nel cuore". 

Quali mosse dovrebbero fare la Lega o eventualmente le società in accordo con essa, per riportare il calcio Italiano ad un livello Europeo altissimo, come quando Juventus e Milan si sfidarono in finale di Coppa Campioni?

"La Lega può far poco. Più che altro dobbiamo fare qualcosa noi per tornare a livelli importanti sui campi internazionali. Dobbiamo essere meno “snobboni “. In Italia si sente parlare sempre di Champions e molto meno di Europa League, che viene vista come una “coppetta”, una competizione faticosa che a volte da fastidio alle annate di campionato. Bisogna dargli più importanza, in quanto è la seconda nei campi internazionali, bisogna affrontarla al migliore dei modi e troppe volte viene snobbata. Dal punto di vista della Lega, un idea potrebbe essere quella di mandare in Champions chi vince questa competizione. Bisogna snobbarla meno e considerarla una competizione importante, perché infondo lo è. Quante squadre Italiane hanno vinto tanti trofei internazionali? Poche, molte di queste snobbano l’Europa League nonostante nelle loro bacheche ci sia solo polvere. Gli va data la sua giusta importanza, anche per un discorso di punteggio, abbiamo perso un posto in Champions League. Queste competizioni vanno affrontate con la massima concentrazione, pensando di andare avanti il più possibile, o al massimo di vincerle. Quest’anno si spera che una delle due Italiane possano raggiungere questo traguardo importante". 

José Mourinho ha dichiarato che quando sedeva sulla panchina del Real Madrid, i suoi calciatori passavano gran parte del tempo davanti lo specchio a sistemarsi il look, facendo indispettire collaboratori ed arbitri. Secondo te non c’è un uso eccessivo per quanto riguarda i social network, e quanto la televisione ha influito ad aumentare la popolarità di cui i calciatori tanto si fregiano?

"Io sono d’accordo con Mourinho. Non voglio fare il bacchettone, ma il mio calcio era un calcio diverso: senza orecchini, tatuaggi e codini. Era un calcio sicuramente diverso. Si pensava più ad andare in campo a fare il proprio dovere piuttosto che stare davanti allo specchio a mettere il gel e vedere se si è carini per la ripresa. Io non voglio criticare più di tanto, però insomma sono in linea a ciò che dice Mourinho. Ovviamente il mondo è cambiato e la tecnologia va avanti e per questo bisogna essere “a passo con i tempi”. Però per quanto riguarda il calcio, credo che tutto questo sia un pochino esagerato, dare molta importanza all’aspetto fisico e dare notizia sul nuovo tatuaggio piuttosto che a fare il proprio mestiere in modo giusto. Bisognerebbe guardarsi un pochino meno allo specchio".

In quale giocatore di oggi si rivede Ernesto Calisti?

"Sicuramente è un calcio diverso, è vero che io ho giocato a uomo e giocato a zona, li ero un ragazzo molto giovane, forse uno dei primi a fare il marcatore e poi a spingere in avanti in quegli anni. È difficile vedersi in qualcun altro, di terzini bravi ce ne sono molti. Uno che mi piace molto è De Sciglio, è un giocatore molto bravo e forse gioca anche meno per quello che in realtà merita. Mi piace molto questo ragazzo, forse mi ci rivedo un pochino, anche se io ero più marcatore, più difensore. Pensavo maggiormente a difenderle, a non prenderle che a spingere. Questo ragazzo sa giocare molto bene a calcio, sa difendere, è molto ma molto bravo. Farei i complimenti anche a Romagnoli, il giovane della Roma. L’ho visto in due tre partite ed anche lui è davvero bravo. Sa difendere, a parte l’ultima occasione quella con il Napoli, dove ha preso gol su Callejon . E’ molto bravo, è anche Italiano, e questo è un valore aggiunto. Ha molta personalità e credo veramente che possa fare un bella carriera".


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