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Lazio, un figlio che se ne va: Romagnoli e un amore tradito

di Mauro Rossi
Fonte: Lalaziosiamonoi.it

Ci sono addii che sono ferite, addii che lasciano un senso di vuoto e smarrimento, di rabbia, di frustrazione. Quello di Alessio Romagnoli appartiene a questa categoria. Novanta minuti a Lecce, l’ultima corsa con l’aquila sul petto, l’ultimo sguardo a quella maglia che per lui non è mai stata una semplice divisa da gioco. Cala il sipario su tre anni e mezzo di calcio, ma soprattutto si spezza qualcosa di più profondo. Romagnoli non era “solo” il centrale titolare di Sarri, Romagnoli era un tifoso che ce l’aveva fatta. Un ragazzino cresciuto sognando la Lazio, un uomo che aveva scelto la Lazio nel momento più delicato della sua carriera, quando svincolato dal Milan avrebbe potuto facilmente seguire la strada più comoda, più ricca, più sicura. Invece no. Scelse Roma, scelse la sua gente, scelse il sentimento. Anche rinunciando a qualcosa. Anche mettendo il cuore davanti ai numeri.

Per tre anni ha difeso quella maglia con orgoglio, con senso di appartenenza, con la serietà di chi sente il peso e l’onore di rappresentare un simbolo e un popolo. Leader silenzioso, mai una parola fuori posto, sempre la faccia giusta nei momenti difficili. Un punto fermo in campo e fuori, uno di quelli che non hanno bisogno di urlare per farsi seguire. Non è bastato a chiudere la carriera a Roma. Non per scelta sua. Non per mancanza d’amore. Romagnoli se ne va perché si è sentito trascurato, messo in secondo piano, quasi dimenticato. Nessun rinnovo, nessun vero segnale di fiducia, nessun gesto che facesse sentire importante un giocatore che importante lo è stato davvero. Alla fine, anche l’amore più puro si stanca di essere ignorato.

La Lazio, oggi, perde molto più di un difensore affidabile. Perde un simbolo, perde un figlio, perde un pezzo della propria anima. Perde parte di quel legame viscerale che unisce squadra e tifoseria. E lo perde in un momento storico in cui la distanza tra società e popolo laziale appare ogni giorno più evidente. La gestione attuale continua a parlare un linguaggio freddo, distante, ragionieristico. Un linguaggio che fatica a comprendere cosa significhi davvero indossare questa maglia, cosa rappresentino certi uomini per i tifosi biancocelesti.

Romagnoli era uno di quei ponti rari tra il campo e il popolo. Lasciarlo andare così non è solo una scelta tecnica: è un messaggio. Ed è un messaggio che fa male, ma dice tanto di ciò che è la Lazio oggi. Ora Alessio volerà lontano, verso il Qatar, verso una nuova vita calcistica e il suo non è solo un addio, è la sensazione amara di aver lasciato andare un figlio, di non averlo protetto, d’averlo costretto a dire basta. La Lazio non perde un giocatore, perde qualcosa in più, perde un po’ se stessa, perché quando al sentimento si contrappongono i numeri, quando all’attenzione si preferisce la noncuranza, il senso di tutto svanisce. E oggi il senso svanisce di fronte alla tristezza di un figlio che se ne va e alla rabbia di un popolo esausto.


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