Lazio, Lotito sul Flaminio: "Il problema non sono i soldi! Il progetto..."
Direttamente dalla Sala Scudetto del Festival della Serie A a Parma, il presidente della Lazio Claudio Lotito è intervenuto durante il panel “Il futuro degli stadi italiani”, in partnership con Banca Ifis. Di seguito le sue dichiarazioni dal palco (leggendo un discorso scritto, ndr.).
“Leggo un appunto che ho scritto per evitare che ci siano mal interpretazioni. La mia è una situazione particolare… Per questo leggo così che rimanga tutto agli atti. Noi italiani per complicarci la vita siamo fatti apposta, non sempre facciamo le cose semplici. Quando parliamo di stadi, non parliamo esclusivamente di sport. Parliamo di infrastrutture strategiche, di rigenerazione urbana, di sviluppo economico, di sicurezza, di sostenibilità, di occupazione e di attrattività internazionale. Gli stadi rappresentano oggi uno degli elementi fondamentali attraverso cui si misura la capacità di un sistema sportivo di essere competitivo, moderno e sostenibile.
E lo dico da presidente di una società che da oltre vent'anni compete ai vertici del calcio italiano ed europeo, e che ogni giorno misura il divario esistente tra il sistema infrastrutturale italiano e quello delle principali realtà internazionali. Noi giriamo il mondo e vediamo quello che succede all'estero. Il ritardo accumulato dall'Italia negli ultimi anni è noto, e trova conferma anche nelle analisi e nei dati presentati da Banca Ifis. In Inghilterra, Germania, Spagna e in molte altre realtà, gli impianti sportivi sono stati progressivamente trasformati in asset multifunzionali, capaci di generare valore per il territorio e per i club durante tutto l'anno. In Italia, invece, continuiamo a confrontarci con strutture spesso obsolete e con percorsi autorizzativi particolarmente complessi.
Solo pochi giorni fa abbiamo assistito alla finale di Europa League disputata a Budapest. Ricorderete cosa fosse Budapest venti o trent'anni fa. Oggi ospita un impianto moderno, perfettamente integrato nel sistema dei trasporti pubblici e capace di accogliere oltre 60mila spettatori in condizioni di massima sicurezza, accessibilità e comfort. Quella struttura dimostra chiaramente come uno stadio possa essere, al tempo stesso, un'infrastruttura sportiva, un motore economico, un luogo di aggregazione e un elemento di riqualificazione urbana. Per queste ragioni, ritengo che il dibattito sugli stadi debba uscire dalla dimensione esclusivamente sportiva e assumere una valenza strategica nazionale.
Portando la mia esperienza concreta, intervengo oggi anche nella veste di presidente della società che sta affrontando una delle più importanti operazioni di riqualificazione infrastrutturale presenti nel panorama sportivo italiano. Il progetto dello Stadio Flaminio rappresenta un caso emblematico: non si tratta semplicemente della realizzazione di un impianto destinato alla S.S. Lazio. Si tratta del recupero e della valorizzazione di un'opera iconica per la città di Roma, attraverso un progetto che intende coniugare tutela architettonica, sostenibilità economica, functione sportiva e integrazione urbana. L'obiettivo è restituire alla collettività un patrimonio oggi inutilizzato, trasformandolo in un'infrastruttura moderna, efficiente e capace di generare valore per il quartiere, per la città e per l'intero sistema sportivo nazionale.
L'esperienza maturata in questi anni conferma però una nozione fondamentale: il problema principale non è la disponibilità di investimenti privati. Lo dico con chiarezza: il problema non sono i soldi. Il problema è rappresentato dalla complessità procedurale e dall'incertezza dei tempi amministrativi. Se un investitore stringe un accordo con una banca a cinque o sette anni, e domani i tempi si dilatano, quel progetto diventa un problema economico insostenibile. La Lazio non chiede scorciatoie o favori; chiede regole certe, tempi certi e interlocutori certi. Chi investe centinaia di milioni di euro – e il mio progetto prevede un investimento di circa 500 milioni – deve poter programmare la propria attività all'interno di un quadro amministrativo prevedibile.
Chiunque affronti oggi un progetto infrastrutturale di questa portata si trova a interagire con una molteplicità di soggetti pubblici, con livelli amministrativi differenti, competenze spesso sovrapposte e procedure che rischiano di prolungarsi per anni. Tutto questo genera l'elemento che il mercato teme di più: l'incertezza. I costi possono essere stimati, i rischi possono essere gestiti, ma l'incertezza dei tempi rappresenta il principale fattore di blocco degli investimenti. È quindi necessario sviluppare un quadro normativo che mantenga inalterati i principi di tutela, trasparenza e controllo pubblico, ma che al tempo stesso garantisca procedure più efficienti. Semplificare non significa ridurre le garanzie; significa rendere lo Stato più efficace, consentire agli enti di esprimersi nei tempi stabiliti e permettere all'investitore di sapere con certezza quando un procedimento potrà dirsi concluso.
La mia esperienza come presidente di club e come Senatore della Repubblica mi consente di osservare il tema da una duplice prospettiva: da un lato, l'esperienza concreta di chi investe, pianifica e realizza i progetti; dall'altro, la responsabilità istituzionale di individuare strumenti normativi in grado di favorire questi processi nell'interesse generale. Per questo ritengo che il contributo di chi realizza concretamente queste opere debba diventare parte integrante del percorso normativo. Il legislatore deve ascoltare le esigenze dei territori, delle amministrazioni, delle società sportive e degli operatori economici per costruire un sistema più moderno e competitivo.
In questa direzione, ritengo prioritario intervenire su alcuni aspetti chiave: la definizione di tempi certi e perentori nelle procedure autorizzative; il rafforzamento del coordinamento tra le diverse amministrazioni coinvolte; la semplificazione dell'iter per la riqualificazione degli impianti esistenti; una maggiore uniformità interpretativa e pratica sul territorio nazionale, superando la frammentazione per cui in una zona si fa una cosa e in un'altra la si vieta; il riconoscimento degli stadi come infrastrutture strategiche per lo sviluppo economico e sociale; il rafforzamento degli strumenti di partenariato pubblico-privato e l'introduzione di meccanismi di responsabilità per tutti i soggetti coinvolti nel rispetto delle tempistiche.
Si tratta di misure che non richiedono rivoluzioni normative, ma una forte volontà politica e amministrativa. L'assegnazione degli Europei del 2032 rappresenta un'occasione straordinaria. Non dobbiamo concepirla soltanto come un grande evento sportivo isolato; dobbiamo interpretarla come una leva di trasformazione infrastrutturale e di crescita economica, così come è stato, per altri versi, il PNRR. Nuovi impianti, riqualificazioni urbane, investimenti pubblici e privati, occupazione e turismo internazionale sono elementi in grado di produrre benefici che vanno ben oltre la durata dell'evento stesso.
Euro 2032 rappresenta una scadenza, ma soprattutto una grande responsabilità. Non possiamo arrivare a quell'appuntamento discutendo ancora di burocrazia e procedure, quando dovremmo già parlare di opere completate e di risultati raggiunti. Il tempo dell'analisi è terminato, è il momento delle decisioni. La vera sfida consiste nel fare in modo che il 2032 lasci al Paese infrastrutture moderne, durature, capaci di generare valore nei decenni successivi e di migliorare concretamente la qualità della via dei territori che le ospiteranno. Il futuro del calcio passa inevitabilmente attraverso il futuro delle suas infrastrutture. Gli stadi devono diventare poli di aggregazione, innovazione, servizi sostenibili e sviluppo economico.
Come presidente della Lazio continuerò a lavorare affinché il nostro progetto possa rappresentare un esempio virtuoso di rigenerazione urbana e di collaborazione tra pubblico e privato; come legislatore continuerò a sostenere ogni iniziativa volta a rendere efficiente il sistema normativo e amministrativo che disciplina queste opere. L'Italia non ha bisogno di inventare modelli nuovi: deve semplicemente avere il coraggio di applicare quelli che in Europa funzionano già da anni.
Gli investitori ci sono, i progetti ci sono, le competenze ci sono – e forse siamo fin troppo bravi in questo. Quello che serve è un sistema capace di trasformare le idee in opere, e le opere in sviluppo. Investire negli stadi significa investire nelle città, nei territori, nello sport e nella competitività dell'Italia. Questa è la sfida che abbiamo davanti, ed è una sfida che intendo continuare ad affrontare con la massima determinazione, sia come presidente della Lazio, sia come senatore della Repubblica”.