Azionariato popolare, la Serie A frena: dubbi su legge, conti e sicurezza
Il calcio italiano si trova davanti a uno snodo delicato, di quelli che non riguardano una singola società ma l’intero equilibrio del sistema. Il tema dell’azionariato popolare, tornato con forza nel dibattito politico e sportivo, viene osservato dalla Lega Serie A con attenzione ma anche con una prudenza che affonda le radici in questioni giuridiche, economiche e perfino di sicurezza.
Nel documento DDL S-1120 trasmesso alle istituzioni dopo il confronto tra i club, la posizione che emerge non è ideologica. È piuttosto la fotografia di un’industria complessa, che muove occupazione, fiscalità, investimenti internazionali e sostiene economicamente l’intera piramide calcistica nazionale attraverso i meccanismi di mutualità legati ai diritti audiovisivi. Intervenire su questo equilibrio significa intervenire sul cuore economico del movimento. Il primo punto riguarda le motivazioni stesse della proposta di legge. Secondo la Lega, l’idea di un calcio professionistico in crisi strutturale di pubblico e ricavi non trova conferma nei numeri più recenti: la stagione 2024-2025 ha registrato stadi mediamente pieni oltre il novantadue per cento, con una tendenza in crescita.
Un dato che cambia la prospettiva: se la diagnosi è incerta, anche la terapia rischia di esserlo.
Le criticità diventano più profonde quando si entra nel terreno tecnico.
Il testo normativo – evidenzia la Lega – non considera la realtà delle società quotate, dove circolazione delle azioni, governance e tutela degli investitori seguono regole precise difficilmente compatibili con meccanismi di partecipazione imposti per legge.
Ancora più sensibile è il tema del titolo sportivo e dei diritti di prelazione in caso di crisi societaria.
Qui il confronto si sposta sul piano del diritto: il titolo non è un bene liberamente trasferibile ma nasce dall’affiliazione federale, dentro un ordinamento sportivo autonomo che la normativa statale riconosce e tutela. È un passaggio cruciale, perché tocca l’architettura stessa del calcio professionistico.
C’è poi un livello ulteriore, meno visibile ma forse più delicato.
La Lega richiama l’attenzione sui possibili rischi di infiltrazione criminale o di pressione organizzata nella governance dei club qualora l’azionariato diffuso non fosse accompagnato da presìdi normativi solidi.
Non è solo una questione societaria: riguarda sicurezza, legalità, stabilità del sistema.
Dentro questo quadro si inseriscono anche le prese di posizione di singoli dirigenti, che riflettono però una preoccupazione più ampia e condivisa. Il punto non è chi apre o chi chiude al modello, ma se e come quel modello possa convivere con la dimensione industriale del calcio contemporaneo.
Per questo la conclusione della Lega non assume i toni dello scontro, ma quelli di una richiesta di riflessione: rivalutare l’impianto della norma e considerare con cautela l’applicazione alle società professionistiche di vertice. Il dibattito resta aperto. Tra l’idea romantica di una partecipazione popolare e la necessità di garantire sostenibilità economica e certezza giuridica, il calcio italiano cerca un punto di equilibrio. Perché nel pallone le emozioni continuano a essere tutto. Ma senza stabilità, oggi, nemmeno le emozioni riescono a durare.