Tare si racconta: "Lazio, voglio farti vincere. Da ragazzo sognavo l'Italia e mi prendevano per matto, poi però..."
Fonte: MarcoValerio Bava-Lalaziosiamonoi.it
Il sogno bambino di diventare grande con il calcio, di lasciarsi alle spalle le ferite della propria terra e diventare una stella, un punto di riferimento per la propria gente. Sul finire degli anni ’80, a Valona, città costiera dell’Albania sud-occidentale, secondo porto di un paese che in quegli anni era retto dal regime comunista, c’era poco spazio per i desideri, per le speranze. Bisognava fare i conti con la povertà, con gli stenti e i sacrifici. Eppure, Igli Tare non ha mai smesso di inseguire la sua ambizione: “Quando avevo 15 anni, ero insieme ai miei amici e all’improvviso dissi loro: ‘Un giorno mi vedrete giocare in Serie A’. Mi presero per pazzo, anche perché vivevamo sotto il regime comunista e sognare non era facile. Quando il sogno divenne realtà, ebbi modo di rivederli e fu un momento molto bello”. In quegli anni dominava l’idea di calcio portata avanti dal Milan di Sacchi, un modello da ammirare e seguire: “Era la squadra che praticava il miglior calcio. Aveva giocatori fantastici come Rjikaard, Gullit, Savicevic, anche se io ho sempre avuto una predilezione per Van Basten. Era il mio idolo, il giocatore al quale mi ispiravo”. Sognava l’Italia e ammirava il Milan, ma cominciò la sua avventura in Germania. Le prime esperienze a Mannheim, poi il salto in Bundesliga con il Karsluhe, passando per Dusseldorf e arrivando fino a Kaiserslautern. Tare ricorda anni duri, formativi, l’arrivo in una nazione sconosciuta, senza nessun appoggio. Difficoltà, non ostacoli, perché Tare ha sempre avuto ben chiari i suoi obiettivi: “L’impatto con la realtà tedesca è stato molto duro –confessa ai microfoni de “La Tribù del Calcio” in onda su Mediaset Premium-, soprattutto durante i primi tre anni anche perché non parlavo la lingua ed ero solo. In quegli anni, però, ho capito che se hai un sogno devi fare di tutto per inseguirlo”. L’arrivo a Kaiserslautern, nella stagione 1999-2000, segnò un punto d’arrivo, anche perché i Diavoli Rossi erano reduci da annate importanti, da una Bundesliga vinta due anni prima e da una Champions vissuta da protagonisti, mentre Tare arrivava dal Fortuna Dusseldorf, club di seconda divisione. “Era un periodo in cui non ero accettato dall’ambiente di Kaiserslautern, perché venivo dalla B e arrivano in una squadra che l’anno prima aveva vinto lo scudetto e quarti Champions”. Ogni giocatore, però, ha il suo giorno di gloria. Quello di Tare fu il 29 aprile del 2000, data della sfida tra Kaiserslautern e Ulm 1846: “Ricordo che quando lo speaker annunciò il mio nome, dagli spalti piovvero fischi, a conferma che il rapporto non era dei migliori. Quel giorno, però, realizzai quattro gol e la squadra vinse 6-2”.
IL SOGNO SI REALIZZA - Nel 2001 ecco l’Italia. Il Brescia chiama e Tare risponde, anche perché c’era una promessa da onorare e un sogno da coronare. Giocare in Serie A: “Brescia rimarrà nel mio cuore, anche perché arrivai nel miglior periodo della società, giocando con giocatori come Baggio, Guardiola, Toni, Pirlo e Matuzalem. Quella era una squadra che poteva ambire a traguardi ben più importanti della salvezza”. Tare a Brescia rimane due anni, realizza 15 gol in due campionati, cresce, impara, anche grazie a Carlo Mazzone: “Mi ha insegnato tanto, era un uomo con tanto carisma e che sapeva farsi voler bene”. Impara sì, anche perché accanto a lui c’era un certo Roberto Baggio. Mica uno qualunque, mica uno dei tanti. Baggio è Baggio, Baggio significa arte applicata al calcio, Tare ne fa un ritratto che esalta ancor di più il Divin Codino: “E’ stato uno dei giocatori più forti del calcio mondiale. In allenamento faceva cose che a vederle apparivano semplici, solo che poi provavamo a imitarlo e nessuno di noi ci riusciva. Da queste piccole cose capivi che Roberto era di un’altra pasta. A me ha impressionato la sua umiltà, mai ha fatto pesare il suo nome e la sua fama. Lo considero un esempio per tutti”. Personaggi, storie che s’incrociano e ricordi che si stagliano nitidi. “La cosa che mi ha colpito di più di Guardiola era il rispetto verso Mazzone. Ci incontravamo quasi tutti i mercoledì sera, a cena, a casa di Giunti e parlando si capiva che la sua filosofia era completamente diversa da quelle di Mazzone, ma lui non ha mai contestato Carlo, non ha mai messo in dubbio le sue scelte. Lo ha sempre rispettato e seguito”. A Brescia ha vissuto momenti intensi, grandi gioie ma anche dolori profondi come la morte di Vittorio Mero. Era il 23 gennaio 2002, il Brescia era a Parma, impegnato nelle semifinali di Coppa Italia, Mero no, era squalificato, stava rientrando a casa dopo l’allenamento quando la sua macchina si scontrò con un furgone: “Eravamo a Parma, vedevamo tifosi che ci urlavano e facevano gesti, ma non capivamo. Poi uno dei Filippini andò sotto la curva e venne a sapere della tragedia. Tornammo tutti nello spogliatoio e scoppiammo a piangere, qualche ora prima eravamo insieme a mangiare e poco dopo Vittorio non c’era più”. Dopo Brescia, Tare passa a Bologna, squadra e città alle quali si lega in maniera forte. In Emilia resta due anni, gioca accanto a Signori. Anche lui mica uno dei tanti: “Signori è un grande uomo e un grande campione. Lo dico in un momento non facile per lui. Io per Beppe nutro grande rispetto e credo faccia parte della storia del calcio italiano”.
INSEGUENDO UN PROFETA - Poi ecco la Lazio. Tare arriva in biancoceleste a 32 anni, nell’estate del 2005, Lotito lo acquista e lo mette a disposizione di Rossi. E’ una Lazio in ricostruzione, sopravvissuta al dissesto finanziario. Delio è un allenatore emergente, ma estremamente preparato, plasma la squadra e la conduce fino al sesto posto. Tare segna tre gol in campionato, ma tra questi c’è quello più bello di tutti: “La rete del 4-1 contro l’Ascoli. E’ stato un gol d’istinto perché mi è arrivato un cross basso, sono riuscito ad alzare la palla e poi ho pensato solo alla rovesciata. Quando segni così ti senti un po’ speciale, anche quando non sei più un ragazzino”. Da calciatore a direttore sportivo. Lotito lo scelse come suo braccio destro durante la stagione 2008-2009. Tare accettò la sfida con entusiasmo, senza remore. Ha portato a Roma giocatori del calibro di Klose e Marchetti, anche se l’operazione più difficile fu quella per arrivare a Hernanes: “Quella per il brasiliano è stata la trattativa più complessa. Per giorni ho braccato sia lui che il suo agente –ricorda Tare-, era un contatto continuo e una volta firmate le carte, ho saputo che nell’altra stanza c’era il Lione che aveva offerto più soldi sia al San Paolo che al giocatore. Nonostante ciò, lui decise di venire alla Lazio, convinto dalla nostra determinazione e dal nostro progetto. Fu una scelta di cuore, non economica, e per questo gli sarò sempre grato”. Quando Tare divenne direttore sportivo si ritrovò in squadra un certo Mauro Zarate, acquistato da Lotito in estate e rivelatosi talento capace di conquistare la folla. Quella tra Zarate e Tare, però, è stata la storia di un rapporto complesso, di un amore mai scoppiato, di liti e parole pesanti, come quelle pronunciate da Luis Ruzzi nei giorni scorsi: “Zarate uno dei giocatori più forti che ho visto da quando sono alla Lazio –afferma Tare-, ha qualità importanti. Ma nella vita non basta avere qualità, serve umiltà. Quando sbagli devi capirlo e riconoscere l’errore". Nel futuro di Tare c’è ancora la Lazio, un progetto di crescita da portare avanti, un percorso da seguire e un sogno da realizzare: “Vorrei vincere qualcosa d’importante con la Lazio, perché considero questa società un punto di arrivo e non una base di partenza. Poi ho un desiderio che so che prima o poi realizzerò ed è quello di contribuire a portare la mia nazionale a partecipare o a un Mondiale o a un Europeo”. Storia di un ragazzo che sognava l’Italia. Storia di un uomo che sogna di vincere con la Lazio.