Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000... la Lazio è Campione d'Italia
Fonte: Stefano Fiori-Lalaziosiamonoi.it
Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2012. Dodici anni fa, a questa stessa ora, a questo stesso minuto, i tifosi biancocelesti salivano in Paradiso. Quel giorno, un angelo prese le sembianze di Alessandro Calori, indossò la maglia del Perugia e decise che no, quello Scudetto non poteva scappare via da Roma ancora una volta. La vittoria del Milan dell’anno precedente gridava ancora vendetta. La Lazio di Sergio Cragnotti, la Lazio di Sven Goran Eriksson, la Lazio di Nesta, di Mancini, di Veron, di Simeone meritava, fortissimamente meritava di conquistare il Tricolore e di gridare all’Italia intera: “Siamo noi i più forti!”. Che poi era vero, basta scorrere i nomi che componevano il centrocampo: Sergio Conceição sulla destra, Pavel Nedved sulla sinistra, al centro Matias Jesus Almeyda o Diego Pablo Simeone a guardia di quel genio del pallone che si chiama Juan Sebastian Veron. Se leggendo questi nomi vi è corso un brivido lungo la schiena, sappiate che siete in buona compagnia. Quella era una Lazio che metteva paura ovunque andasse a giocare. I suoi primi cento anni la rendevano fiera, così bella e così elegante nella sua maglia bianca, con quella banda celeste e oro a impreziosirla. Se gli dei del calcio non l’avessero scelta già da tempo come vittima sacrificale dei propri giochetti, lo Scudetto sarebbe già stato conquistato con largo anticipo. Ma chi nella propria vita ha deciso di tifare la Lazio, sa bene che le strade spianate non fanno parte della sua Storia. Gli ostacoli avevano preso la forma di un rigore solare negato a Salas in Fiorentina-Lazio, di un gol sacrosanto annullato a Fabio Cannavaro in Juventus-Parma, dell’ennesima beffa che un popolo mai domo non voleva e non meritava di subire. A Via Allegri, il giovedì precedente l'ultima di campionato, fu chiaro che i laziali non avrebbero mollato la presa così facilmente. Arrivò così il giorno in cui la Nord celebrò in maniera sarcasticamente geniale il funerale del calcio. Il giorno in cui i tifosi riempirono l’Olimpico, mossi dalla speranza che lo stellone biancoceleste desse, almeno nell'estremo momento del bisogno, un segno di vita. Il giorno in cui a Perugia, mentre in tutta Italia splendeva il sole, un acquazzone allagò il campo del Renato Curi. Il giorno in cui i laziali non furono più costretti a nominare solamente Chinaglia, Maestrelli e gli eroi del '74 per sentire il dolce suono della frase "Campioni d'Italia". Il giorno in cui Riccardo Cucchi, storico radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto, proclamò alcune tra le parole più belle che un tifoso della prima squadra della Capitale abbia mai sentito in vita sua: "Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000... la Lazio è Campione d'Italia!". Una formula diventata magica, che ogni 14 maggio sveglia i laziali la mattina e si conficca come un ritornello nella loro mente. Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000. Chissà quando la inventeranno una benedetta macchina del tempo. Viaggiare indietro nel tempo non ci è concesso, ma una cosa da fare ci sarebbe: potete ricordarvi chi c'era accanto a voi quel fantastico giorno, con chi vi eravate recati allo stadio. Se era vostro padre, vostro fratello, vostra sorella o il vostro migliore amico, abbracciatelo forte. Se era la vostra ragazza o il vostro ragazzo, che adesso magari è vostra moglie o vostro marito, datele un bacio. Se era una persona cara che ora non c'è più, chiudete gli occhi e dedicatele una preghiera. E se, invece, era una persona che non sentite da anni, prendete il cellulare e chiamatela. Se vi risponde, ditele semplicemente: "Grazie per aver vissuto insieme a me le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000".