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L'ANGOLO TATTICO di Brescia - Lazio - C'era una volta il mondo senza elettricità

di Francesco Mattogno

La percepite anche voi? Quell'elettricità nell'aria, una volta scoccato il 90'. Il tempo stringe, la Lazio pure. Va al sodo. Costruisce la solita azione che non era riuscita a concretizzare nell'ora e mezzo di gioco regolamentare. E questa volta funziona. Merito del Brescia, demerito di una squadra non al 100%. Lo si vede. Anche perché mancano due insostituibili, uno specialmente: la luce in mezzo al campo col numero 10. E qui si viene al punto tatticamente più interessante della trasferta del Rigamonti. Correa mezzala, di fatto trequartista. Un azzardo che paga giusto nei primi 10 minuti, quando la Lazio è aggressiva e determinata. Partendo più arretrato, il Tucu ha spazio per condurre palla al piede da lontano e cercare di infilare la retroguardia bresciana. Oppure inserirsi alle spalle dei due attaccanti - Immobile&Caicedo - o dell'ala sinistra, Lulic. Giusto per i primi 10 minuti, appunto. Quando il Brescia, squadra (quella di Corini, non di Grosso, ndr) che ama giocare a calcio, si ritrova ad arretrare pericolosamente il proprio baricentro tanto da permettere a Caicedo di entrare praticamente in porta col pallone. Al netto della bandierina alzata, sarebbe stato l'1-0.

CAMBIO DI ROTTA - Correa trequartista, si diceva. Sì, e lo si nota in fase di non possesso. Per quanto offensivo, Luis Alberto è diventato una mezzala completa. Abile nel rubare palla, con discrete - e inaspettate - doti di interdizione. L'argentino sulla carta veste il ruolo del Mago, ma sul campo non è in grado di fornire a Inzaghi la stessa quantità in fase di ripiegamento. Ecco perché la Lazio si compatta con Milinkovic e Parolo da mediani puri (3-4-2-1), mentre Correa resta avanzato e scende a difendere solo nel caso in cui la pressione del Brescia si faccia continuativa, e dunque pericolosa. È ciò che accade. La squadra di Corini prende coraggio, non crea grossi problemi ma rimane in fase d'attacco per diversi minuti. Il Tucu corre a dare una mano alla sua difesa, deve impostare il contropiede ma perde palla: la frittata è fatta. Palla lunga per Balotelli che si prende gioco di un ingenuo Luiz Felipe (prestazione insufficiente la sua) e batte Strakosha. A quel punto si fa dura. Perché la Lazio non è brillante, e il Brescia - una volta in vantaggio - si riscopre catenacciaro. Visti i valori in campo, è pure giusto così. La nuova tattica dei padroni di casa è la più classica di tutte: autobus davanti alla porta, e contropiede. Solo un'invenzione di Immobile e l'astuzia di Caicedo, bravo a prendersi rigore e rosso di Cistana, riaprono una partita che ha però l'odore di Medioevo del pareggio.

ELETTROSTATICI - Il gioco della Lazio è magmatico. Lento, compassato. Basta un Tonali in grande spolvero a romperne le trame e mandare in apprensione l'intero 11 biancoceleste con un paio di sgroppate palle al piede. La squadra di Inzaghi è noiosa, verrebbe da dire. Prova a scuoterla il mister: fuori Parolo e Radu, dentro Cataldi e Jony. Stesso schieramento visto nel finale di Cagliari, e non solo. Con un 4-3-1-2 fluido in grado di trasformarsi in 3-5-2 iper-offensivo. E così messo in campo: Lazzari, Luiz Felipe, Acerbi e Jony formano il quartetto arretrato, mentre Lulic passa a fare la mezzala (nel finale verrà rimpiazzato da Andrè Anderson) al fianco di Cataldi, centrale, e Milinkovic. L'attacco è sempre il solito. In fase di costruzione, però, Danilo veste i panni del “Bonucci”, infilandosi tra Acerbi e Luiz Felipe e impostando da centrale di difesa. Jony e Lazzari spingono (la squadra cerca soprattutto i cross dello spagnolo) mentre Sergej e Caicedo riempono l'area di rigore del Brescia alla ricerca di palloni da addomesticare. Ma l'epoca non cambia.

La Lazio prova solo a sfondare aggrappandosi ai lanci lunghi, nulli contro un Brescia al quale l'inferiorità numerica non ha portato troppo scompiglio. Anzi. L'obiettivo è il pari e per raggiungerlo basta anche il 5-3-1 con cui Corini ridisegna i suoi ragazzi nel corso della ripresa. Un modulo che, a leggerlo, tradisce ciò che si rivela essere nei fatti. Le fasce non esistono, per questo diventano terreno di caccia della Lazio e di Jony (non una prova indimenticabile la sua, comunque), e le Rondinelle presidiano la propria area di rigore in 8. Una fortezza impenetrabile, poi scocca il 90'. L'aria si fa elettrostatica, il Rigamonti si illumina. L'ennesimo lancio lungo - di Acerbi -, l'ennesima sponda - prima Milinkovic, poi Caicedo -, ma questa volta la rete che si insacca. Sempre Ciro. “Un tempo certe partite le avremmo perse”, è il riassunto perfetto di Brescia - Lazio. Ma sulla pelle si fa largo un brivido diverso, un dolce pizzicore: c'era una volta il mondo senza elettricità, poi è arrivata la Lazio di Inzaghi.

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