Lazio | È rivoluzione: spogliatoio scosso e futuro da ricostruire
Fonte: Lalaziosiamonoi.it
E allora sì, chiamatela pure rivoluzione. Perché quando la corda è tirata fino allo sfilacciamento, quando l’aria diventa irrespirabile anche per chi ha sempre imparato a convivere con la fatica, l’unica cosa che può accadere è lo strappo.
Giovedì, a Formello, non è andato in scena un semplice confronto. È stato un summit di resa dei conti, uno di quelli che nella storia di un club segnano una linea netta: prima e dopo. Presidente, staff, squadra. Tutti nella stessa stanza. Tutti davanti allo specchio. E quelle parole, ormai diventate un manifesto: “Chi vuole andare via, vada pure”. Lotito le ripete da giorni, le ha ribadite anche lì, guardando negli occhi una squadra che, a quel punto, non ha più abbassato lo sguardo.
Perché la verità è emersa tutta insieme, senza filtri. Mezza rosa ha bussato alla porta del presidente per dire basta. Isaksen, logorato da un ambiente che sente ostile, stanco di un clima che non perdona più nulla, e stanco anche di Sarri. Cancellieri, deluso da una Premier League che ha bussato, ma non si è concretizzata. Noslin, che vede nella Fiorentina una via di fuga concreta. Pedro, Gila e Vecino già con la valigia pronta. Dele Bashiru attratto dall’Inghilterra, con il West Bromwich che osserva. Provedel che ascolta il canto dell’Inter e sa che giugno può essere il suo ultimo orizzonte laziale. È un elenco che pesa. Non solo per i nomi, ma per ciò che rappresenta: la fine di un ciclo.
E sullo sfondo, inevitabile, c’è anche Maurizio Sarri. Il suo nome è già scritto nei titoli di coda, anche se il tempo per decidere non è ancora arrivato. Ma quando una squadra si sfalda così, l’allenatore diventa l’ultima diga prima dell’esondazione. E spesso non basta. La Lazio che fu è naufragata in silenzio, con la rapidità di un Titanic che imbarca acqua mentre l’orchestra continua a suonare. È bastato riaprire il mercato perché la fila ai cancelli diventasse evidente. Non un caso. Il risultato di anni senza un vero lavoro sulle plusvalenze, di un modello portato all’estremo, di una gestione che ha spremuto il presente senza costruire il futuro.
Ora l’effetto domino è partito. Il fuggi fuggi non è solo una reazione emotiva, è una conseguenza strutturale. Dopo ventidue anni di Lotito, dopo una distanza emotiva mai colmata tra dirigenza e ambiente, la ricostruzione appare un territorio ostile. Terrificante per chi la deve gestire. Insopportabile per chi la deve vivere. Perché una rivoluzione può anche essere affascinante. Ma solo se alimenta speranza. Solo se apre scenari. Solo se promette qualcosa. Oggi, invece, i sogni si sono spenti uno dopo l’altro. Non per una sconfitta. Non per una classifica. Ma per un’idea di futuro che non c’è più. E senza futuro, nel calcio come nella vita, non si resta. Si scappa.
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