ESCLUSIVA - Il rimpianto dell’ex Mancini: "Della Lazio mi restano solo i bei ricordi. E se non fosse stato per quell'infortunio..."

di Gabriele Candelori
Fonte: Gabriele Candelori - Lalaziosiamonoi.it
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Non basta solo il talento. Una dura legge del calcio e della vita. Il successo, la scalata verso l’olimpo dei grandi è un insieme di fattori impossibili da mettere in conto. Questione di fede per alcuni, di destino per altri. Il grande salto è un’opportunità per pochi. Tante giovani promesse hanno percorso il settore giovanile della Lazio. In questa categoria di certo non può non rientrare Francesco Mancini. Classe 1990, fantasista, 14 anni nelle giovanili biancocelesti. “Ha un grande potenziale, un giocatore che ha i numeri ed è molto importante per noi e per la Lazio", diceva di lui mister Sesena ai tempi della Primavera, nonostante qualche incompresione col ragazzo. Nel 1997, dal Tanas Casalotti, l’approdo a Formello. Un cognome importante, una tecnica sopraffina e quelle movenze che lo portarono a un illustre paragone con Cristiano Ronaldo. Ancor prima che il portoghese diventasse CR7. L’esterno romano sorprende tutti. A 17 anni, nel derby Primavera in ricordo di Gabriele Sandri, segna tre gol alla Roma come Bruno Giordano. La Lazio crede nelle sue grandi qualità: gli offre un contratto da professionista, lo inserisce nella lista B della Champions League 2007/08 con la maglia numero 53 e Delio Rossi lo convoca anche per la sfida di campionato col Torino. Poi i primi problemi: uno strappo al flessore lo tiene fuori un anno. Un infortunio che rende poco produttivo anche il primo prestito al Varese. Dopo il rientro alla base nel gennaio 2010, va meglio al Lumezzane, sempre in Prima Divisione. Ma a luglio del 2011 il suo rapporto con la Lazio s’interrompe definitivamente. Il Grosseto la nuova casa. In Toscana gioca sei partite in Serie B, prima di andare incontro a nuovi stop fisici e scendere di categoria. Milazzo (Seconda Divisione), ancora Grosseto (Prima Divisione), Lupa Castelli (Lega Pro) dopo sette mesi d’inattività, Vultur Rionero (Serie D) e infine Cynthia Genzano a dicembre. Proprio da qui, dai Castelli Romani, è partito il nostro viaggio nei ricordi di quell’esterno laziale che tanto aveva impressionato dieci anni fa. Una storia raccontata, ai microfoni de Lalaziosiamonoi.it, con la massima sincerità e all’insegna del rimpianto.

Partiamo dal presente. A dicembre sei arrivato al Cynthia e domenica hai realizzato anche una doppietta importante. Un momento positivo…

“Era una partita decisiva per noi (Cynthia-Città di Ciampino 4-2, ndr) e siamo scesi in campo con la mentalità giusta. Poi sono arrivati anche due gol, quindi è stata una domenica positiva sia per me che la squadra”.

Ora un passo indietro: 14 anni di Lazio non si scordano facilmente…

“È stato un lungo cammino con tante emozioni e bei ricordi, ma restano soltanto quelli. Sono stato bene e ho conosciuto brave persone che mi hanno indirizzato verso strade più o meno positive. L’infortunio e altri fattori però mi hanno condotto purtroppo verso una carriera che non ha rispecchiato e non sta rispecchiando le premesse iniziali”.

Sesena ha sempre riposto in te grande fiducia: quanto è stato importante per la tua carriera?

“Sicuramente è stato un buon mister. In quegli anni la squadra era al top: avevo compagni di livello e ovunque andavamo riuscivamo a portare a casa i tre punti con facilità. Al di là di Sesena, chi mi ha trasmesso tanto e ha creduto sempre in me, è tuttavia Sabatini. Sfortunatamente poi le strade si sono divise”.

Il momento più bello?

“Fu quando scesi tantissimi anni fa dal torneo di Viareggio. C’erano diversi giocatori in prima squadra che avevano problemi fisici e non potevano essere a disposizione per la partita di campionato con il Torino. Feci così la mia prima panchina in Serie A (14 febbraio 2009, ndr)”.

Con la Roma avevi un rapporto particolare…

“In quattordici anni di Lazio di derby e di pianti me ne sono fatti tanti. Inizialmente non andavano per il verso giusto, poi a partire dagli Allievi Nazionali ci siamo sbloccati e abbiamo iniziato a fare sempre il risultato sia all’andata che al ritorno. Tra l’altro ci fu quella tripletta in Primavera, un traguardo davvero importante”.

Che gruppo era il tuo? Alcuni sono riusciti ad arrivare a ottimi livelli come Cavanda, Tuia, Cinelli o Kozak…

“Insieme a loro c’erano anche Mendicino, Perpetuini, Luciani e Iannarilli. Compagni che mi sono portato dietro fin da piccolino. Con alcuni di loro sono stato più di dieci anni insieme. Quando hai il potenziale e una squadra dietro, giochi a memoria e porti a casa il bottino pieno ogni sabato”.

Senti ancora qualche ex compagno di squadra?

“Sì ma raramente. Purtroppo il calcio è anche questo. Fino a quando si sta insieme, si è tutti amici e c’è un rapporto fraterno: si esce, ci si danno consigli. Poi, quando le strade si dividono, anche i rapporti vanno gradualmente scemando”.

Non so se magari hai avuto modo di seguirla, ma oggi c’è un’altra Primavera che sta facendo grandi cose…

“Personalmente non la sto seguendo. Negli ultimi anni però la Lazio ha portato a casa coppe e risultati. Noi invece, pur aspettandosi ogni volta tutti un trionfo, per un motivo o per un altro non riuscivamo mai a fare quel passo finale. Mi dispiace dirlo, ma è la verità: per la squadra che eravamo, abbiamo vinto poco”.

A Roma hai avuto modo di osservare da vicino anche la Lazio di Delio Rossi, una squadra rimasta nel cuore dei tifosi…

“Quell’anno diverse volte mi sono allenato con loro. Avevo un buon rapporto con Zarate, Muslera, Foggia e con Ousmane (Dabo, ndr). Guardavo, ascoltavo e speravo in una carriera più positiva per le mie qualità. Dopo aver fatto la panchina in Serie A ed esser stato provato anche tra i titolari per la trasferta di Napoli, ho avuto però un brutto infortunio che mi ha lasciato fuori dal campo per oltre dodici mesi. Ricordo che, se prima il mio telefono squillava anche venti o trenta volte al giorno, una volta infortunato, regnava il silenzio più totale. Lì ho capito quello che è il calcio”.

Tra l’altro quella Lazio fu l’ultima che riuscì ad accedere ai gironi di Champions League e nella lista B c’era anche il tuo nome…

“Sì c’era il mio nome, come quello di altri ragazzi. La Lazio aveva una squadra di valore e non c’era da stupirsi. Pandev, Rocchi o Mauro (Zarate, ndr) erano tutti giocatori di ottima qualità. La Champions League era quasi la diretta conseguenza”.

A Grosseto hai toccato il punto più alto della tua carriera. Cosa ti è mancato per compiere l’ultimo passo?

“Dopo la Lazio, passati i vari problemi fisici, sono stato un anno in prestito al Lumezzane. Qui feci molto bene con Davide Nicola, oggi al Crotone, un allenatore di livello che mi stimolava e credeva molto in me. Terminata la stagione, sono rientrato alla base e il procuratore che mi seguiva mi consigliò di trasferirmi a titolo definitivo al Grosseto perché sarebbe stata la scelta più giusta per me. Mi fidai e feci anche l’esordio in Serie B con Giannini, tecnico che stravedeva per me. Ho fatto buonissime partite. Ma, proprio nel momento in cui mi stavo mettendo in mostra e si parlava anche di un prolungamento contrattuale, ho rimediato una distorsione di secondo grado al ginocchio. Sono rimasto fermo quattro mesi e mezzo, la stagione è terminata così”.

Oltre agli infortuni, qualcuno ti ha sempre additato anche un carattere un po’ forte…

“Il calciatore, a 17 o 18 anni, deve dimostrare una maturità diversa rispetto a qualsiasi altro ragazzo di quell’età. Io avevo un carattere forte, conoscevo le mie qualità, mi sentivo un punto di riferimento per i miei compagni e vedevo negli occhi degli avversari il timore verso di me. Questo mi caricava e non avevo nessun problema ad accollarmi la squadra sulle spalle. Quando c’era da dire qualcosa o prendere le parti di un compagno non mi tiravo mai indietro. Ma sempre in buonafede”.

Per molti era una grande promessa, addirittura un paragone con Cristiano Ronaldo. Sono più i rimpianti o la soddisfazione per gli obiettivi che hai raggiunto?

“Parlo sinceramente. Se avessi saputo che la mia carriera mi avrebbe riservato questo, avrei preso una strada diversa e studiato. Ora ho un figlio che ha poco più di un anno. E penso continuamente al fatto che, se a lui piacerà giocare e sarà considerato positivamente, il mio passato magari potrà rivelarsi d’aiuto”.

Per chiudere: a neanche 27 anni speri ancora in un’altra occasione?

“Personalmente, dopo tutto quello che ho passato per colpa mia e non, vivo la vita alla giornata. Voglio stare bene fisicamente, essere felice, divertirmi e godermi la mia famiglia. Ora sono qui e l’obiettivo principale è salvare il Cynthia insieme ai miei compagni. Poi l’anno prossimo si vedrà”.


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